Nelle epoche in cui i ruoli erano rigidamente codificati , e “pazientemente” accettati era inconsueto porsi domande e gli eventuali conflitti interiori si risolvevano adeguandosi a codici, non sempre scritti, ma da sempre tramandati. Uscire da quei binari tracciati dalla tradizione sembrava impensabile eppure…qualcosa si è mosso: oggi non esistono più ruoli “granitici”, esistono invece posizioni sociali ed organizzative, non esistono più “sudditi-pazienti” ma cittadini istruiti e, di certo, più consapevoli. Le nuove e complesse organizzazioni, figlie del cambiamento, non possono permettersi di sprecare energie in vecchi giochi di potere gerarchico, per questo è utile che tutti impariamo a metterci in relazione, ad unire le nostre alle altrui competenze per trarre il meglio da ciascuno. In poche parole occorre entrare in contatto con le proprie emozioni. Perchè le proprie e non le altrui?secondo interrogativo (il primo è nel titolo). Semplicemente:il conoscere la propria sfera emozionale è il presupposto per l’autogestione e quest’ultima è la base per la motivazione, ovvero per la capacità di essere zelanti anche negli intoppi o dopo un fallimento.
Tutte cose arcinote, ma cosa c’entrano con la complessità organizzativa?Un’organizzazione è fatta da uomini(e donne) con le loro anime , oltre che con i loro corpi e i loro saperi. E questa moltitudine di esseri si relaziona,comunica, per il solo fatto di esistere e di essere inserita in quella struttura. Ed ecco che entra in gioco la creatività. La catena di montaggio, il lavoro di fordiana memoria, destinava necessariamente poco spazio alle emozioni, ma nella moderna impresa questo può non avvenire. Goleman la chiamava intelligenza emotiva, Garder intelligenza interpersonale: utilizzare la grammatica del linguaggio emotivo per animare una riunione, per parlare in pubblico, per rispondere all’aggressività, per ascoltare, per motivare, per risolvere conflitti, per fare associazioni più che riflessioni, per trovare nuove idee, per decidere dopo tentativi ed errori, per essere solidali col gruppo senza subirlo, per credere nelle proprie decisioni, per interagire in maniera creativa. L’agire in contatto con le proprie emozioni, in modo empatico con l’altro, sia esso un collega o un paziente, predispone ad un miglior clima organizzativo e quindi ad una maggiore efficienza dell’organizzazione stessa. E se essa è un ospedale, si capisce bene come tutto ciò diventi di fondamentale importanza, per la qualità dell’assistenza e per i risultati gestionali.
Ed ora rispondo al primo quesito:si. Nella mia esperienza del quotidiano posso affermare che è possibile coniugare il pensiero creativo con la complessità della struttura in cui opero, grazie alla lungimiranza di una direzione sanitaria aperta alle innovazioni. Si è iniziato dal modo di interloquire tra noi operatori di diversa estrazione, più diretto e meno cartaceo, si è passati poi a comunicare utilizzando i colori, tinteggiando i locali in base alle conoscenze di cromoterapia; si è aperto al territorio organizzando un miniconcerto natalizio tenuto da bambini in ospedale ma, principalmente, si continua ascoltando l’altro nelle sue istanze, nelle sue movenze, nei suoi disagi dovuti ai cambiamenti continui a livello regionale e nazionale. E, perché no?, con l’invito costante ad utilizzare il pensiero creativo ed essere partecipi in ogni decisione che li riguardi.
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Insieme Amici Obesi, associazione no profit nata nel 2005 per colmare le esigenze informative sull’Obesità, presenta la mostra fotografica “Twelve: dodici donne”, aperta al pubblico a Milano dal 19 maggio. In occasione della giornata Europea dell’Obesità, verrà inaugurata la prima mostra fotografica in cui 12 donne, di diverse realtà italiane, avranno l’occasione di raccontare, con...leggi
