Obiettivo della terapia insulinica è di mantenere la glicemia quanto più vicino possibile al suo range fisiologico (90-130 mg/dl a digiuno e 7% è indice di scarsa efficacia della terapia in corso e suggerisce al medico di intervenire sulla stessa per garantire un miglior controllo glicometabolico. Altri studi mettono in luce che più della metà dei pazienti con diabete mellito sia di tipo 1 che di tipo 2 non riescono a centrare questo obiettivo terapeutico esponendosi così ad un incremento del rischio di sviluppare le complicanze del diabete.E’ necessario quindi per il terapeuta analizzare tutti gli ostacoli incontrati dal malato nella corretta esecuzione della terapia insulinica. Spesso, infatti, la causa del cattivo compenso glicemico non è nella inadeguatezza della terapia ma in un’inadeguata esecuzione da parte del malato di una terapia appropriata. Esistono diversi studi che forniscono evidenza della efficacia della educazione terapeutica nel migliorare il compenso glicometabolico, in particolare ci sono dati significativi circa l’efficacia dell’educazione terapeutica nel migliorare i valori di HbA1c, migliorare la qualità di vita, il peso corporeo e la conoscenza riguardo alla propria condizione clinica. Per questo motivo diverse linee guida suggeriscono l’esecuzione di programmi di educazione terapeutica per indirizzarsi verso gli aspetti psicosociali della malattia.
Possiamo schematicamente evidenziare 7 situazioni causa di insufficiente controllo
glicemico:
1. Uno schema terapeutico non adeguato
2. Un insufficiente autocontrollo glicemico
3. L’esistenza di lipo-ipertrofia
4. La paura dell’ipoglicemia
5. La paura dell’incremento ponderale
6. I problemi psicologici da incompleta accettazione della malattia
7. La mancata accettazione delle regole comportamentali imposte dalla terapia.
Compito del medico educatore terapeuta è quindi quello di identificare le cause dell’insuccesso terapeutico, ricercandole non solo nella adeguatezza del regime insulinico proposto ma anche e soprattutto tra i fattori individuali che possono interferire con l’effettiva messa in atto di tale regime, e conseguentemente di aiutare il paziente nella esecuzione di una terapia insulinica adeguata alla sua persona e al suo stile di vita.
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Lo studio CORONA ha evidenziato che la somministrazione cronica di ROSUVASTATINA ha ridotto il numero di ricoveri in ospedale, migliorando gli indici di funzione endoteliale e di infiammazione: in particolare tale azione è stata suggellata dall’uso di questo farmaco su pazienti affetti da insufficienza cardiaca su base ischemica.
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