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Doctormag Medicina e Salute News

2008-09-06

Biofilosofia dell’allenamento: la supercompensazione

Wellness


Biofilosofia dell’allenamento: la supercompensazione

Ogni stimolo la cui intensità e/o durata sia superiore a quella a cui si è abituati rappresenta uno stress. Questo  determina una risposta di tutto l’organismo in generale e delle parti sollecitate in particolare. Gli effetti vengono definiti nell’insieme supercompensazione. L’organismo, messo in crisi da determinate richieste, sviluppa i tessuti ed i sistemi così stimolati, in modo tale da premunirsi di fronte al ripetersi di situazioni simili. Questo meccanismo entra in gioco in tutte le forme di stress controllato: nello studio,  sviluppando di volume e numero i contatti neuronali, nell’attività fisica, aumentando il volume di fibre e capillari muscolari, in seguito a infezioni o vaccinazioni, incrementando la produzione di anticorpi. Perché avvenga un adattamento positivo il livello di impegno deve però essere adeguato alla persona ed al momento: né eccessivo, né insufficiente. La supercompensazione richiede un altro fattore essenziale oltre allo stress: il recupero. I processi anabolici, cioè di rinnovamento cellulare e di ricostruzione dei depositi energetici, avvengono difatti in misura significativa nei momenti di recupero, particolarmente durante il sonno. La fase di allenamento è una fase catabolica, cioè di distruzione, tanto più accentuata quanto più elevati sono il volume e/o l’intensità dell’impegno. Di conseguenza anche i recuperi devono essere strutturati in modo da fornire il tempo ed i materiali necessari, attraverso il riposo e l’alimentazione, affinché l’organismo possa assorbire lo stress e reagire adeguatamente. Poniamo l’esempio di uno sforzo di intensità abbastanza elevata da ridurre le scorte di glicogeno muscolare, lo zucchero che funge da riserva energetica. Durante lo sforzo abbiamo la fase di esaurimento, in cui viene consumato il glicogeno. Successivamente comincia il processo di recupero, durante il quale vengono ricostituite le riserve glucidiche.  Se lo sforzo è stato tale da ridurre i depositi energetici in misura maggiore rispetto al solito, se l’atleta ha un’alimentazione sufficientemente ricca in carboidrati e se la durata del recupero è sufficiente abbiamo la supercompensazione. Viene cioè ricostituita una quantità di glicogeno superiore a quella presente prima dello sforzo. Se per qualsiasi ragione per più giorni non vengono più proposti sforzi intensi e protratti, tali da esaurire le scorte di glicogeno, avremo una fase di normalizzazione, cioè poco alla volta i depositi muscolari ritornano ai valori iniziali. Se l’inattività è particolarmente protratta (in seguito ad infortuni, malattie, ecc.) si avrà addirittura una regressione. Poiché  le necessità di produrre lavoro si sono ridotte, i muscoli riducono la quantità di glicogeno depositata, adeguandola alle necessità e creando così un nuovo equilibrio energetico. L’organismo dunque, se assecondato nei suoi ritmi, dimostra una notevole capacità di adattarsi a condizioni e necessità variabili. Recentemente un’amica giornalista  si lamentava di non riuscire più a  gestire la notevole quantità di e-mail che le arrivano quotidianamente. Al punto da provare un vero fastidio all’idea di dover controllare la posta. Credo che questo episodio sia emblematico di una condizione che ci riguarda tutti. L’eccesso di informazione infatti non è altro che un eccesso di stimoli. Superata la capacità di assimilare notizie non aumentiamo più la conoscenza, ma la confusione. Allo stesso modo la diffusione dei cellulari ha accresciuto enormemente le possibilità di comunicazione, rendendone però spesso inconsistente il significato. Il disagio non deriva solo dall’isolamento. Essere immersi in un costante flusso di stimolazioni, subendole senza saperle filtrare, interferisce coi processi di recupero, rende più difficile l’equilibrio, riduce l’efficienza. In un andamento a spirale si crea una forma di dipendenza da stimolazione, un malessere di fronte ai momenti che riteniamo vuoti. Esiste però la possibilità di gestire  i “disturbi di fondo” che invadono sempre di più la nostra vita, per distinguere i rumori dai suoni. Imparare a non avere paura del silenzio. Rivalutarne  la funzione creativa e rigenerante.




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