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Doctormag Medicina e Salute News

2009-07-09

Vita, coma ed eutanasia

Rubriche


Vita, coma ed eutanasia La morte è stato in ogni epoca un argomento che ha suscitato angoscia; da sempre è stato difficile affrontare questa realtà che, a rigor di termini, è ineffabile. Infatti, non è possibile avere accesso diretto alla morte: non se ne può parlare in prima persona, perché è necessariamente morte dell'altro.
Le moderne conoscenze mediche hanno modificato il concetto di morte: si é passati dal concetto di morte inteso come cessazione del respiro e/o arresto cardiocircolatorio (“l’ultimo battito”) all'attuale morte cerebrale, ovvero la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell'encefalo.
Gli attuali strumenti di rianimazione consentono di mantenere le funzioni vitali anche in presenza di estesi danni cerebrali che eliminano la coscienza. La morte cerebrale viene accertata, secondo legge, quando scompaiono i segni della funzione dell'encefalo in un arco di tempo di 6 ore. E quindi, non si tratta più di un istante: “l’attimo del trapasso” svanisce e diventa un periodo che si protrae nel tempo.
Alla base di questa impostazione c'è l'identificazione della morte con la distruzione del cervello nella sua totalità, poiché organo che presiede al funzionamento dell'organismo intero. La «morte cerebrale» indica che, anche se qualche funzione vitali rimane attiva (per es. il battito cardiaco), essa non é più integrata in un'unità organica.
Accertata la morte cerebrale, la legge impone la sospensione della respirazione artificiale e dei farmaci che sostengono le attività vitali (cuore, rene, ecc.).
Il progresso delle tecniche di rianimazione ha consentito di prolungare l’esistenza di pazienti in stato di coma irreversibile, ovvero con funzionalità encefalica compromessa irrimediabilmente per cui spesso la magistratura è chiamata a pronunciarsi sull’interruzione di questo prolungamento artificiale della vita vegetativa.
Nel Centro di Rianimazione si possono sostenere artificialmente le funzioni cardiaca e respiratoria, anche quando l'attività cerebrale è assente. Quindi è possibile mantenere un individuo ai confini della vita, rendendo sempre più evanescente la linea di demarcazione con la morte.
Sulla dignità della morte il Papa Paolo VI affermò: "…spetta al medico essere sempre al servizio della vita ed assisterla fino alla fine, senza mai accettare l’eutanasia, né rinunciare a quel dovere squisitamente umano di aiutarla a compiere con dignità il suo corso terreno". E contro l’accanimento terapeutico affermò: "In tanti casi non sarebbe una tortura inutile imporre la rianimazione vegetativa nell’ultima fase di una malattia incurabile? Il dovere del medico consiste piuttosto nell’adoperarsi a calmare la sofferenza, invece di prolungare più a lungo possibile con qualunque mezzo e a qualunque condizione una vita che va naturalmente verso la sua conclusione”.
L'accanimento terapeutico viene definito come prolungamento della vita fisica non rispettoso della dignità della persona e nessuno è moralmente tenuto all'uso di mezzi per prolungare precariamente e penosamente la vita. Il diritto di rifiutare terapie sproporzionate e gravose è oggi ampiamente riconosciuto: pertanto non tutti gli atti medici che accorciano la vita ricadono nella definizione di eutanasia.
Sprung etico e rianimatore disse: “… fare il possibile nel migliore interesse per il paziente può anche significare non dare inizio ad una rianimazione cardio-polmonare, ma può consistere nel porre un limite alle cure. Compito del medico è cercare di prolungare la vita, ma anche cercare di non prolungare il processo del morire”.
Ma affinchè la limitazione delle cure possa essere vista come forma appropriata di trattamento, si deve condividere quanto affermato da Dunstan, filosofo statunitense “Il successo della rianimazione non va misurato solo con le statistiche di sopravvivenza, come se ogni morte fosse un fallimento. Deve essere misurato dalla qualità delle vite conservate o ripristinate, dalla qualità della morte di coloro per i quali è preferibile morire e dalla qualità delle relazioni umane coinvolte in ogni morte”.

Aniello De Nicola
Direttore Struttura Complessa di Anestesia e Rianimazione


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