La FDA (food and drug administration), l’ente statunitense di controllo per la sicurezza alimentare e sanitaria, ha approvato da pochi giorni l'uso di un farmaco a base di Ipilimumab, un anticorpo monoclonale, che ha portato a risultati più che incoraggianti nella lotta contro il melanoma.
Durante la fase di sperimentazione di questo anticorpo, la sopravvivenza dei pazienti ha registrato un forte aumento: a un anno è quasi raddoppiata, passando dal 25% al 46% e a 5 anni è passata dal 5% al 20%. Visti i risultati, la sperimentazione è stata estesa a casi di cancro al polmone e alla prostata.
Michele Maio, laureato in Medicina e Chirurgia presso l'Università degli Studi di Napoli, membro del board scientifico dello Sbarro Health Research Organization (SHRO), istituto no profit per la ricerca scientifica di Philadelphia, USA e impegnato in collaborazioni con ricercatori della Human Health Foundation Onlus (HHF), Fondazione per la salute di Spoleto, dirige il centro di Immunoterapia Oncologica di Siena, attraverso il quale ha condotto il progetto Nibit M1, associando per la prima volta l’uso dell’Ipilimumab ad un chemioterapico (fotemustina) per contrastare il tumore.
Da diverso tempo Maio e il suo team studiano quella che può essere definitiva una strada innovativa alla lotta ai tumori, l’immunoterapia, coinvolgendo ora anche trattamenti tradizionali come la chemioterapia.
“L’anticorpo monoclonale – sottolinea Maio – “in associazione al chemioterapico attiva il sistema immunitario, agendo quindi indirettamente sul tumore. Mentre alcuni anticorpi incidono direttamente sul tumore, questo attiva il sistema immunitario. Abbiamo trattato oltre cento pazienti affetti da melanoma in differenti studi clinici”.
In passato si ritenevano questi due trattamenti, immunoterapia e chemioterapia, antitetici, ma se si dovesse accertare l’efficacia di questo nuovo approccio, la lotta ai tumori potrebbe beneficiare di un’arma ulteriore di contrasto alla patologia.
Il melanoma è un tumore della pelle che negli anni è diventato sempre più aggressivo, soprattutto in stato avanzato.
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Lo studio ha coinvolto diversi centri di ricerca, tra cui anche l’Istituto Pascale per la cura dei tumori di Napoli.
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